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Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno…

Di Maria Claudia Ferragni

Articolo tratto da: La Bussola Quotidiana

Mentre i conflitti impazzano in Medio Oriente e nel Nord Africa, costringendo intere popolazioni a fuggire la guerra jihadista, la persecuzione e la miseria causate da regimi satrapi e pauperisti, bussando alle nostre porte dal Mediterraneo, la crisi economica in Italia sembra non finire. È di soli pochi giorni fa, inoltre, la notizia che l’Argentina ha fatto default, spegnendo di colpo i forse troppo facili entusiasmi per la possibilità di crescita stabile delle economie dei Paesi emergenti. L’Europa, però, sceglie di adottare politiche di stampo social-democratico che hanno già dimostrato tutta la loro debolezza intrinseca, purtroppo ormai troppo spesso affiancata anche dai proclami del presidente americano Obama.

Ma la prosperità e la libertà cui anelano i popoli oppressi, come possono essere stabilmente rilanciate? E quanto la prosperità economica ha basi morali ed è elemento fondamentale dello sviluppo anche sociale di un popolo? Lo abbiamo chiesto a Sam Gregg, direttore ricerche dell’Acton Institute, think tank cattolico statunitense che da oltre 23 anni si dedica alla diffusione dei principi della società e dell’economia libera. Gregg ha conseguito il dottorato in filosofia a Oxford, è fine conoscitore della dottrina sociale della Chiesa, esperto di politica economica, storia economica e teoria del diritto.

Quali sono le maggiori minacce alla prosperità del nostro sistema economico?

La più grande minaccia che vedo al sistema economico capitalista in Europa, negli Stati Uniti ma anche in Asia è, a mio avviso, il capitalismo clientelare che sorge quando il libero mercato è sostituito da quello che io chiamo il “mercato politico”. Cioè, quando il progresso economico e il successo dipendono dai legami con leader politici e burocrati piuttosto che dalla libera concorrenza e dall’imprenditorialità. Il capitalismo clientelare, purtroppo, si sta diffondendo in tutto il mondo, è particolarmente forte negli Stati Uniti, soprattutto in alcuni Stati e, a mio avviso, non se ne parla abbastanza. Si preferisce invece concentrarsi sul discorso della diseguaglianza, o su quello della povertà. Ma io credo che le peggiori forme di diseguaglianza e di povertà economica abbiano origine proprio nella collusione fra lo Stato e il mondo degli affari. Per spezzare questo legame bisogna incoraggiare la libera competizione, il libero mercato e l’imprenditorialità, e spostare gli incentivi dal settore pubblico a quello privato».

Crede che negli ultimi trent’anni, a livello mondiale, la povertà sia diminuita e perché?

«Si, certo, soprattutto nell’Asia dell’Est. Fra il 1990 e il 2009, all’incirca 850 milioni di persone sono uscite dalla povertà e si tratta di una cifra assolutamente impressionante. E, fra i fenomeni di questo genere, si tratta di quello più rapido mai registrato nella storia. Perché è accaduto? Perché Paesi come la Cina, Taiwan, la Tailandia, la Malesia, la Corea del Sud hanno aperto i loro mercati al mondo, hanno abbandonato il modello della pianificazione economica, hanno cercato di limitare la regolamentazione statale delle loro economie e hanno incoraggiato l‘imprenditorialità. Non lo hanno fatto né attraverso la redistribuzione, né tramite la pianificazione centralizzata. Forse noi all’interno della Chiesa cattolica non abbiamo prestato abbastanza attenzione al fenomeno della diminuzione della povertà e, soprattutto, a ciò che la genera e che non è l’intervento dello Stato, bensì la concorrenza e il mercato. Non sto dicendo che questi Paesi siano perfetti, ma stanno molto meglio di prima».

Qual è la situazione del Sud America, invece?

«L’economia dei Paesi dell’ America latina ha sicuramente alcuni gravi problemi: il capitalismo  clientelare è estremamente diffuso ed è dominante in Argentina, dove il successo economico dipende in gran parte dalle relazioni clientelari col governo. Ci sono, tuttavia, altri Paesi come il Cile e l’Uruguay che hanno evitato questi problemi e che sono riusciti a uscire dalla povertà, tanto che oggi la Banca Mondiale li classifica come economie sviluppate, e che continueranno su questa strada virtuosa. É interessante notare, però, che si tratta di Paesi vicini fra loro, con risorse simili, storia politica abbastanza simile eppure il Cile e l’Uruguay sono prosperi, mentre l’Argentina non lo è. E questo a causa di scelte politiche sbagliate».

Se si escludono i profughi di guerra dal Medio Oriente, quali sono le vere cause della spinta inarrestabile degli immigrati nel sud del Mediterraneo verso i Paesi europei?

«Gli immigrati e i profughi vogliono entrare in Europa perché cercano una vita migliore. I loro Paesi d’origine hanno regimi oppressivi, corrotti, bassa crescita economica ma, soprattutto, non hanno le istituzioni basilari dal punto di vista politico, economico e culturale che consentono di uscire dalla povertà. Naturalmente l’unico rimedio a questa situazione è che nei loro Paesi si proceda alla riforma del sistema economico. Quindi l’unica cosa che l’Occidente dovrebbe fare è incoraggiare lo sviluppo del giusto tipo di strutture economiche, dei giusti incentivi e valori così che le loro popolazioni non sentano il bisogno di lasciare la famiglia, di mandare all’estero i propri figli, ma possano vivere una vita prospera anche lì dove si trovano».

Perché l’Europa è cosi pigra nell’affrontare questi drammi?

A mio avviso perché l’Europa, ma anche gli Stati Uniti, si rifiuta di vedere le cause reali di molti dei nostri problemi attuali. Ad esempio, si sente ripetere con insistenza che i problemi economici sono causati dal mercato: ma non è vero! Sono lo Stato sociale, gli alti livelli di indebitamento pubblico, la troppa regolamentazione a impedire all’Europa di uscire dalla crisi.

Purtroppo ci sono larghe fette di elettorato che hanno interesse a mantenere lo status quo e per le quali ogni cambiamento è visto come una minaccia. Eppure il cambiamento e una maggiore “apertura” delle economie di Europa e Stati Uniti genererebbe maggiore prosperità per tutti».

In questo contesto, quale può essere il ruolo della dottrina sociale della Chiesa, soprattutto nei nostri Paesi? 

Innanzitutto, come molti sanno la dottrina sociale della Chiesa non è capita pienamente e i suoi principi basilari non sono insegnati bene. Troppo spesso vescovi e sacerdoti commettono l’errore di volere entrare nei dettagli delle questioni di policy, e si dimenticano che il ruolo della Chiesa in quanto Chiesa è di insegnare i principi della dottrina sociale: la solidarietà, il principio di sussidiarietà, la destinazione universale dei beni materiali e il fatto che essa viene realizzata principalmente attraverso la proprietà privata.

È cruciale, quindi, che tutti questi principi vengano insegnati in modo più esaustivo e dettagliato e che venga spiegato come sono interconnessi. Il ruolo dei laici, invece, è e resta proprio quello di applicare concretamente i principi, come insegna il Concilio Vaticano II. Altrimenti si crea una confusione di ruoli che non va bene».

Ma la crisi morale che affligge l’ Europa incide sui problemi economici?

«Credo di sì. La crisi morale che colpisce tutto il mondo occidentale, cioè la mancanza di una concezione forte della persona, la mancanza di speranza e di prospettive verso il futuro, e il relativismo che ne conseguono, sono alla radice della mancanza di responsabilità e di quella tendenza forte a delegare sempre alle strutture statali compiti che, al contrario, spettano alla singola persona e ai corpi intermedi della società. Incluso il prendersi cura dei poveri».

 

Malmöhus slott

Malmöhus slott, Malmo, Svezia

Kulturen, museo storico, Lund, Svezia

Kulturen, museo storico, Lund, Svezia

Kulturen, museo storico, Lund, Svezia

Kulturen, museo storico, Lund, Svezia

Malmöhus slott

Malmöhus slott, Sweden

Vulture Watching Starving Child
Kevin Carter’s photograph, taken during the 1993 famine in Sudan. ‘The outcry from the public was immediate and visceral.’ Photograph: Megan Patricia Carter Trust/Kevin Carter/Corbis Sygma

In the photograph a little girl is hunched low, head bent to the ground, ribs jutting out from a too-small body wasting away from starvation. A few feet behind her, a vulture waits, avid and focused, for her to die. When this photograph, taken in southern Sudan in 1993 by the late photojournalist Kevin Carter, was published, the outcry from the public was immediate and visceral. Questions of ethics, and inquiries on how to help, flooded the New York Times. The Pulitzer prize-winning photo riveted the world and directed attention to the devastating famine in the country.

As controversial as the picture was, as problematic as it may have been for Carter to shoot it while the young girl sat, helpless prey to a vulture, the image sparked worldwide interest in the famine. People noticed and, suddenly, people cared.

Now, three years after independence, South Sudan, the world’s youngest country, is expected to declare that it is once again in a state of famine. The crisis has been caused by conflict between government forces and various opposition groups. Four million people are facing emergency levels of food shortages. One and a half million have been displaced and 50,000 children are at risk of death from malnutrition.

The situation has been called the most rapidly deteriorating humanitarian crisis today, but without an image startling enough to make the headlines, it has remained invisible. The world’s gaze is being directed elsewhere, towards the devastating news emerging daily from Gaza and the tragic downing of Malaysia Airlines flight MH17.

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Obama e Papa Francesco

Problema non da poco, visto che la chiesa americana è ricca, sta bene ed è in espansione*, e sempre più vuole imporre il proprio punto di vista a Roma**. L’anno scorso, durante la Sede vacante, i cardinali statunitensi tenevano perfino conferenze stampa separate nelle pause tra una congregazione generale e l’altra, scatenando l’ira e la perplessità di un nutrito numero di confratelli (intervenne il decano Angelo Sodano a mettere un freno alle parole in libertà degli eminentissimi). E’ di questi giorni, poi, la notizia che al Congresso è bloccata perfino la brevissima risoluzione volta a esprimere le congratulazioni al Pontefice per l’avvenuta elezione al Soglio di Pietro. Dietro il “rallentamento” vi sarebbe l’opposizione di settori importanti del Partito Repubblicano, assai critici verso le visioni “troppo liberal” di Francesco sull’economia…

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***Appunti personali ***

*Non sono cosi’ sicura che  “la chiesa americana sia ricca e stia bene”. Solo a NY ad esempio, sono numerose le chiese vendute e le comunita’ anglofone mi sembra si assottiglino sempre piu’. Se la chiesa cattolica a NY resiste, e’ solo grazie alle recenti ondate migratorie dal centro America e dalla Polonia. I sacerdoti polacchi poi, stanno superando in numero quelli italo-americani.

**Che la chiesa americana voglia imporre il suo punto di vista a Roma, non c’e’ dubbio, ahime’. La chiesa cattolica americana rischia di peccare di autoreferenzialita’. Non solo, al suo interno esistono due correnti fortemente contrapposte:

I progressisti: affetti da influssi protestanti (discredito dell’Eucarestia, del culto della Madonna e dei Santi, focus sull'”azionismo” anziche’ sulla preghiera e l’affidamento alla volonta’ e alla provvidenza divina) e da influssi di sinistra (i francescani hippies e le suore femministe, che sulla scia di Don Gallo, riducono il Vangelo a un’ opera assistenziale per gli emarginati delle periferie esistenziali)

I tradizionalisti: attaccati al rito latino, che ritengono il solo accreditato dalla tradizione cattolico- romana, bollano in toto come blasfema la ormai consueta ritualita’ post conciliare, che ritengono abbia aperto le porte all’influsso massonico-protestante. Qui do’ loro ragione, ma cio’ non vuol dire che si debba per forza tornare a una ritualita’ ostica come quella latina – seppur bellissima – credendo di salvarsi in tal modo l’anima… Mettere  la ritualita al di sopra dell’azione dello Spirito Santo, che opera anche nel sacerdote progressita che spara blasfemie (sigh), pone questi devoti tradizionalisti alla stregua dei farisei nel tempio. I tradizionalisti hanno due tratti in comune: sono sostenitori convintissimi delle apparizioni di Fatima, ma storcono il naso su Medjugorje (!) e sono assai infastiditi da certe scelte del Vaticano, perche’ di manica troppo larga verso un certo nefasto concetto di “apertura”.

Indubbiamente avvengono sacrilegi nelle chiese; il solo fatto che assieme all’eucarestia si distribuisca sempre anche il vino consacrato, rappresenta un errore teologico: i protestanti credono che la celebrazione eucarisitca sia solo un ricordo, un pasto da consumare e quindi offrono le due specie, ma i cattolici sanno che in quel pezzetto di pane consacrato c’e’ gia’ sia il corpo che il sangue di Cristo. Lasciamo stare poi le terribili prediche che dobbiamo sorbirci in tante chiese: l’ultima mi e’ capitata due settimane fa. Un sacerdote ha eruditamente sconsigliato la recita del Rosario a chi “non si sente portato per quella devozione”... E pensare che la Madonna nei messaggi che ci dona ogni mese, raccomanda sempre di pregare il Rosario… Diminuire la figura della Madonna, ormai ci sono abituata, ascoltare novelli “Don Gallo” chiedere di rinunciare ai nostri diritti politici (e al portafoglio) in favore dei milioni di clandestini che ogni anni entrano in America, si, ci abbiamo fatto l’abitudine, ma attaccare anche il Rosario…E’ un’altro brutto segno della crisi che sta attraversando la chiesa cattolica americana.

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