Spesso guardiamo agli Stati Uniti come a un modello di integrazione interculturale riuscito e alcuni si domandano come mai sia cosi’ difficile seguirne l’esempio in Italia. Altri invece preferirebbero non seguire quel modello e ne combattono, a volte anche irrazionalmente, le istanze. Altri ancora non credono affatto che gli Stati Uniti siano riusciti a creare un “paradiso multiculturale”. Esiste ancora il “sogno americano”? Si puo’ ancora parlare di un paese che mette tutti ai nastri di partenza senza favorire alcuno in base alla classe o alla razza etc, e che da’ la possibilita’ a tutti di riuscire se ne hanno le capacita’?
Come stanno realmente le cose, cosa e’ cambiato dagli anni ’60 ad oggi e soprattutto, come evolvera’ la societa’?
La situazione e’ complessa perche’ tocca lo spinoso problema dell’ “identita’ culturale” nel contesto di un mondo sempre piu’ globalizzato in cui i problemi che possono derivare dalle incompatibilita’ culturali rischiano di creare divisioni sociali sempre piu’ evidenti nella societa’.
Ma il tema “identitario” comprende anche altri fattori non meno importanti e urgenti che mettono in discussione l’idea di “americanita‘ “, dice il politologo Charles Murray. Le pressanti richieste scaturite in seguito agli eventi finanziari che hanno coinvolto milioni di persone in America e nel mondo, di riportare l‘etica nella finanza, si sono spinte sino a domandare un capovolgimento dell’assetto politico-sociale in salsa marxiana(Occupy Wall Street), a domandare cioe’ un modello statale avulso dalla tradizione americana propria. E’ evidente che il limite della decenza e’ stato travalicato abbondantemente da un capitalismo allegro portato avanti da tante realta’ finanziarie americane ed e’ giustissimo richiedere a gran voce riforme strutturali e ottenere soprattutto che i responsabili finiscano in carcere (e che si butti la chiave possibilmente) e va sottolineato anche che questo capitalismo allegro e’ un sintomo di una coesione sociale che scricchiola, rappresentata in questo caso dai ladri della finanza e delle banche e da una classe politica incapace di leggere i segnali preoccupanti che arrivano da una societa’ in profonda crisi identitaria, e di dare risposte e soluzioni concrete.
Charles Murray, dottore in Scienze Politiche con una lunga carriera di ricercatore, si occupa di questo tema da decenni. Quella che vi propongo di seguito e’ una conferenza tenutasi lo scorso 15 febbraio presso il Manhattan Institute, un prestigioso istituto di ricerca cui partecipano illustri studiosi e funge da “think tank” per le policy governative, in cui Murray ha presentato il suo ultimo libro: “COMING APART: THE STATE OF WHITE AMERICA, 1960-2010″
In 1984, Charles Murray first came to national attention as a Manhattan Institute fellow with Losing Ground, the book that is widely credited with starting the conversation that led to the welfare reform act of 1996. In 1994, he and Richard J. Herrnstein published The Bell Curve, one of the most widely debated works of social science in the last half century. In his latest book, Coming Apart: The State of White America, 1960-2010, Charles Murray explores the emergence of American classes that are different in kind from anything the nation has ever known. The top and the bottom of American society increasingly live in different cultures, with different norms of behavior, living in isolation from one another.The problem is not income inequality, Murray argues, but cultural inequality that threatens the civic fabric that has made America unique.
L’Universita’ degli Studi di Palermocon la sponsorizzazione di Confindustria Sicilia e della Fondazione Falcone e la partecipazione di docenti e magistrati, ha inaugurato lo scorso 16 febbraio un ciclo di seminari dal tema “RICORDARE PER EDUCARE AL FUTURO“, Itinerari della memoria e percorsi formativi“. Gli incontri vertono sulla storia della Mafia e sulle sue ricadute sociali e politiche e termineranno il 10 maggio 2012.
L’audiodella conferenza del 16 febbraio (secondo incontro) dal tema “Com’è nata cosa nostra? Origine ed evoluzione del fenomeno mafioso“, e’ disponibile qui
Il terzo incontro si terra’ il prossimo 15 marzo e avra’ come tema “l’infiltrazione della Mafia nell’economia e nelle istituzioni“.
“Non ne troverete molta traccia nelle cronache se non in alcune foto di agenzia ma stamattina davanti a Montecitorio si è tenuto un sit-in organizzato dall’Usb-immigrati, sindacato di base che rappresenta gli stranieri in Italia. Ad un certo punto ha preso la parola Mirra Mina, una donna alta, fiera. Ha espresso con chiarezza il senso della loro protesta ed ha incarnato il volto meno raccontato dell’immigrazione, quella che prende un megafono in meno e risponde a tono, in un buon italiano, ai politici di turno:. Inizia con un no all’aumento della tassa sul permesso di soggiorno: ”La crisi non l’abbiamo creata noi, quindi non la pagniamo noi“, avverte, “questa tassa ve la pagate voi“. Ma il suo è un no deciso anche alle prove introdotte per ottenere il permesso: “Ci chiedono 500 ore di studio dell’italiano. E ci chiedono l’educazione civica. Ma i politici la sanno l’educazione civica?”
Irricevibile e assurda questa protesta
per rimanere negli Stati Uniti ho dovuto pagare anche io tasse su tasse e quando potro’ dare il via alle pratiche di naturalizzazione per diventare cittadina americana, dovro’ sostenere un esame di educazione civica e storia degli Stati Uniti. Questa e’ la prassi normale, legale per chi realmente vuole diventare cittadino di un paese civile. Cosa mi significa protestare e additare l’ “ignoranza dei politici” e il “razzismo” come scusa per opporsi alle leggi italiane? Cosa vuol dire “questa tassa ve la pagate voi“? Chi decide di emigrare in un altro paese si deve fare carico degli oneri del caso, non si tratta di far “pagare la crisi agli immigrati”. Con queste nuove leggi l’Italia si allinea alle politiche europee in materia di immigrazione e introduce criteri “selettivi”, come e’ giusto che sia. Due parole sulla cittadinanza. E’ bene ricordare che la concessione della cittadinanza e’ una “concessione” appunto e non un “diritto costituzionale”. Non e’ scritto neanche nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’ONU che un paese, qualunque esso sia, debba concedere per legge la cittadinanza a chiunque la chieda. Io lo tengo bene a mente e non mi opporro’, se un domani potro’ ottenere la cittadinanza del paese in cui vivo, ne’ al pagamento dei fees ne’ a sottopormi all’esame di educazione civica e se non avessi questa possibilita’, non andro’ certo a protestare davanti al municipio di New York o davanti al Consolato Italiano. Chi protesta dimostra gia’ in partenza di avere una distorta idea della democrazia e dello stato e questo e’ di per se’ un fattore altamente squalificante.
ROMA – Il contratto da 25 milioni di euro per la sponsorizzazione del restauro del Colosseo è regolare. È quanto ha stabilito l’Autorità per gli appalti che ha esaminato il contratto e ha valutato che «non appare in contrasto con i principi di legalità, buon andamento e trasparenza dell’azione amministrativa». Il contratto era stato contestato dall’Antitrust lo scorso 9 gennaio.
SPONSOR – L’Autorità ha esaminato il contratto di sponsorizzazione di puro finanziamento per il restauro del Colosseo e ha valutato che esso non è sottoposto alla disciplina del Codice dei contratti bensì alle norme di contabilità di Stato e non appare in contrasto con i principi di legalità, buon andamento e trasparenza dell’azione amministrativa. La vicenda, si legge in una nota, era nata nell’agosto 2010 con la pubblicazione di un avviso per la «ricerca di sponsor per il finanziamento e la realizzazione di lavori secondo il Piano degli interventi Colosseo, Roma (sponsorizzazione tecnica); a seguito di ciò si sono presentati due candidati, Ryanair.com e Tod’s S.p.A., le cui offerte sono risultate non conformi alle modalità previste, motivo che condusse l’amministrazione a ricorrere ad una procedura negoziata per il solo finanziamento degli interventi (sponsorizzazione pura) invitando a parteciparvi la Tod’s S.p.A., la Ryanair, la Fimit Sgr. In seguito, all’esito della trattativa, il commissario incaricato ha stipulato un contratto con la Tod’s S.p.A. di sponsorizzazione di puro finanziamento di lavori da realizzare nel Colosseo, per un importo di 25 milioni di euro. In tale tipo di contratto, lo sponsor si impegna nei confronti della stazione appaltante esclusivamente al riconoscimento di un contributo in cambio del diritto di sfruttare spazi per fini pubblicitari senza lo svolgimento di altre attività.
Come vuole la tradizione ogni anno, a febbraio, si ripropone lo stesso quesito: guardare o non guardare Sanremo?
Puntualmente il fronte si divide fra detrattori convinti e piu’ o meno timidi sostenitori. La novita’ piu’ stuzzicante a parer mio, e’ rappresentata dalle migliaia di utenti dei vari social networks che partecipano interattivamente all’evento commentando sarcasticamente quanto avviene sul palco. Non si salva nessuno: vallette belle e “inutili” come Ivanka che e’ stata ribattezzata scherzosamente da un internauta “i-Vakka“, i cantanti “ma perchè ci torturano in questo modo???“, “la Bertè la fanno passare sennò si suicida…. sono annni che va avanti sta storia“, questo e’ rivolto al cantante dei Marlene Kuntz “parente di Chuck Norris?”, “il mio cane quando canta, lo sto aspettando!“, commenti “politici” del tipo “la De Filippi non conta quest’anno…”, oppure “il dramma e’ che verra’ ripescato D’Alessio… la camorra votera’ compatta“, commenti vari sul Festival “più trash di questo….c’è solo la mia indifferenziata“, “siamo tutti omosessuali se continueremo a farci inculare così dalla rai!”, “È più facile vendere un titolo di Stato greco che un disco di questa edizione“. Insomma, mi sono divertita parecchio a seguire la diretta via web da quaggiu’ commentando al contempo con ex colleghi e genitori tramite Skype e social networks.
Detto questo, Sanremo in questo scorcio di secolo si e’ ri-trasformato in una tribuna politica dove le canzoni servono solo da sfondo musicale.
Questo e’ un cancro che ci affligge da decenni: la Rai, come tante le altre aziende italiane a partecipazione statale, sono anomalie di mercato e politico-sociali. Quando e’ lo Stato a dirigere la musica in maniera cosi’ pervasiva, feudale, dilagano in varia misura il nepotismo, la corruzione e l’incompetenza (vedi gli scandali Finmeccanica, Alitalia, ASL, etc.) e soprattutto queste realta’, come la Rai che si nutrono di denaro pubblico, il vostro, certo erogato dallo Stato ma pur sempre vostro, suonano la musica del dirigente di turno messo li dal politico di turno. In tal modo la politica con la sua propaganda e le sue compravendite si e’ infiltrata in ogni piega del sociale: neanche la musica riesce piu’ a svincolarsi dalla presa dei tentacoli del dibattito politico. La Rai e’ da tempo ostaggio di questo o quel partito politico, anche se l’Autorita’ per le Garanzie nelle Telecomunicazioni dovrebbe vigilare sulla tutela del pluralismo sociale, politico ed economico nel settore della radiotelevisione. Berlusconi l’aveva occupata e stravolta per farne megafono propagandistico, adesso la sinistra tenta di riconquistare gli spazi perduti in nome del “pluralismo dell’informazione”, portando avanti ovviamente la sua propaganda.
Prendiamo il caso di ‘Liberazione” e del finanziamento statale all’editoria. L’azienda e’ in agitazione dal 28 dicembre scorso perche’ i lavoratori rischiano la cassaintegrazione a ore zero e la chiusura. I giornalisti dicono: “Noi vogliamo continuare a far vivere questo giornale” e “I lavoratori e le lavoratrici di Liberazione si assumono ancora una volta la responsabilità di voler continuare a far vivere questo giornale e aspettano una riposta dall’editore Mrc e da Rifondazione Comunista”. Ergo: il Partito ci deve pagare perche’ noi vogliamo continuare a lavorare per questo giornale. Ma i soldi al Partito da chi arrivano? Non solo dai tesserati ma da tutti noi, dallo Stato, e quindi anche da chi ha simpatie politiche diverse o non ne ha affatto. Perche’ quindi dovremmo mantenere “Liberazione” e gli altri giornali con i nostri soldi?
Stessa cosa dicasi per la Rai: l’azienda viene sovvenzionata dallo Stato anche con gli introiti del canone, quindi da voi, e dai proventi che arrivano dalle aziende che comprano spazi pubblicitari sulla rete, dai privati quindi. E qui mi ricollego un attimo al discorso fatto da Celentano due sere fa, senza entrare troppo in polemica (anche perche’ probabilmente si e’ trattato di una bella trovata della Rai per alzare l’audience):
Perche’ la Rai ha consentito a Celentano, grande artista e persona sensibile e profonda (profondita’ che non da’ comunque il diritto di sparare a zero su tutto e tutti senza contraddittorio e di affrontare temi politici di cui, evidententemente, si ha una visione molto parziale e di parte) di offendere i rappresentanti della Chiesa, la stampa cattolica e una parte di pubblico pagante cattolico e/0 magari non di sinistra e/o apolitico?
Si e’ trattato di occupazione abusiva di “spazio pubblico”: nessuno avrebbe concesso il palco a un Mario Rossi qualunque per farlo parlare degli stessi temi. Celentano e’ un uomo di spettacolo ma un cittadino qualunque, non e’ un politico, ne’ un sacerdote ne’ un giornalista: per correttezza si sarebbe dovuto limitare a cantare perche’ anche delle semplici canzoni possono veicolare benissimo dei concetti profondi’. De Andre’ insegna.
Celentano ha detto che il compenso che ricevera’ per le esibizioni sanremesi verra’ devoluto in beneficienza: sarebbe piu’ coerente devolvere una parte dei propri risparmi anziche’ utilizzare il denaro di quelli che ha offeso. Detto questo, lo spettacolo e gran parte del monologo mi sono’ piaciuti davvero, profondi e giusti alcuni concetti, belle le canzoni. Mi piace Celentano, ma ci vorrebbe davvero un po’ di “sobrieta’ “, si puo’ parlare di tutto ma nei dovuti modi.
Per concludere, la Rai dovrebbe riappropriarsi finalmente dei connotati che le sono propri, cioe’ dovrebbe tornare ad essere una televisione “generalista”, quindi bilanciata e neutrale politicamente che si occupa di rendere davvero un “servizio pubblico” secondo criteri di sano giornalismo. Dovrebbe garantire inoltre che uno spettacolo sia tale: cioe’ un momento di svago e non di tribuna politica.
Due righe di Aldo Grasso apparse sul Corriere della Sera;
“Non mi preoccupa Adriano, mi preoccupano piuttosto quelli che sono disposti a prenderlo sul serio. E temo non siano pochi. Ah, il viscoso narcisismo dei salvatori della patria! Ah, il trash dell’apocalissi bellica! Cita il Vangelo e bastona la Chiesa, parla di politica per celebrare l’antipolitica: dalla fine del mondo si salva solo Joan Lui. Parla di un Paradiso in cui c’è posto solo per cristiani e musulmani. E gli ebrei? Il trio Celentano-Morandi-Pupo assomiglia a un imbarazzante delirio. A bene vedere il Festival è solo una festa del vuoto, del niente, della caduta del tempo e non si capisce, se non all’interno di uno spirito autodistruttivo, come possano essersi accreditati 1.157 giornalisti…, come d’improvviso, ogni rete generalista abbassi la saracinesca (assurdo: durante il Festival il periodo di garanzia vale solo per la Rai), come ogni spettatore venga convertito in un postulante di qualcosa che non esiste più. Sanremo è il Festival dello sguardo all’indietro (anni 70?)… dove tutti ci troviamo un po’ più stupidi proprio nel momento in cui crediamo di avere uno sguardo più furbo e intelligente di Sanremo (più spiritosi di Luca e Paolo quando cantano il de profundis della satira di sinistra), è il Festival della consolazione dove Celentano concelebra la resistenza al nuovo. Per restituire un futuro all’Italia possiamo ancora dare spazio a un campionario di polemiche, incidenti, freak show, casi umani, amenità, pessime canzoni e varia umanità con l’alibi che sono cose che fanno discutere e parlare? Penso proprio di no.”
“Sarcastico anche l’appunto del direttore di Avvenire Marco Tarquinio pubblicato sul sito del quotidiano: «Se l’è presa con i preti e con i frati (tutti tranne uno – PS mio: il solito Don Gallo, uno dei pochi preti che riscquotono le simpatie della sinistra perche’ attaccano la Chiesa e non parlano del messaggio escatologico-redentivo-ultraterreno di Cristo ma professano il Vangelo della Teologia della Liberazione, il vangelo sociale di ispirazione marxista dove il Cristo-Redentore non esiste se non come leader politico che promette giustizia sociale e riscatto terreno) «che non parlano del Paradiso». E se l’è presa con Avvenire e Famiglia Cristiana «che vanno chiusi». Tutto questo, perché abbiamo scritto che con quel che costa lui alla Rai per una serata si potevano nonchiudere le sedi giornalistiche Rai nel Sud del mondo (in Africa, in Asia, in Sud America) e farle funzionare per un anno intero. Dunque, andiamo chiusi anche noi. Buona idea: così a tutti questi poveracci, tramite il Comune competente, potrà elargire le sue prossime briciole di cachet. Davvero un bello spettacolo. Bravo. Viva Sanremo e viva la Rai». (vatican insider)
Una visita guidata nell’invisibile mondo delle cellule narrato attraverso un collage di metafore. Il documentario mostra una realta’ nascosta ai nostri occhi; il modo in cui le cellule comunicano fra loro, lavorano insieme, si riproducono, si “cannibalizzano” e muoiono allo scopo di sostentare e porre anche termine alla vita dell’organismo che le ospita. In un continuo alternarsi di magnifiche immagini “microcinematografiche” cellulari con immagini parallele di vita quotidiana, il documentario ritmato dalla narrazione di eminenti biologi, fra cui la nostra Rita Levi Montalcini, invita a riflettere sul mistero della vita.
Prima di affrontare l’argomento diamo un’occhiata alla dichiarazione rilasciata da George Papandreou il 12 febbraio scorso durante l’ultima seduta parlamentare cruciale per il voto greco sul recepimento del pacchetto di riforme volute dalla UE;
Il nostro sistema politico è collettivamente responsabile di tutti i funzionari che abbiamo assunto per favoritismo, dei privilegi che abbiamo accordato per legge, delle richieste scandalose che abbiamo soddisfatto, dei sindacalisti e degli uomini d’affari che abbiamo favorito e dei ladri che non abbiamo messo in prigione»
Questa dichiarazione bomba, che avevo ascoltato durante la diretta web streaming di RaiNews24 e ho ritrovato con piacere sul blog phastidio.net, la dice lunga sul percorso greco verso la rovina. Non vi pare si addica perfettamente al panorama politico italiano? Detto questo, ricordiamo che la nostra situazione e’ molto diversa da quella greca.
Nonostante le nuove misure di austerità approvate ieri dal Parlamento greco per ottenere il secondo prestito internazionale di 130 miliardi di euro, l’ipotesi di un fallimento per il paese non è affatto scongiurata. Il 20 marzo scadranno titoli di Stato emessi dalla Grecia per un valore di 14,5 miliardi di euro. Dopo l’approvazione della manovra quella data fa meno paura, ma ancora oggi, nonostante tutti i tagli alla spesa e i sacrifici, il governo spende molto di più di quanto guadagna in entrate fiscali. La situazione resta molto critica, e questi guai cominciano da lontano.
La Grecia cresceva
Fino a qualche anno fa nessuno o quasi pensava che la Grecia potesse ridursi in questa situazione. Dal 2000 al 2007 la Grecia sembrava una delle economie più in forma dell’eurozona. Il suo Prodotto Interno Lordo cresceva con punte anche del 6 per cento, come nel 2003. Soltanto nel 2005 c’era stato un piccolo rallentamento della crescita, quando il rapporto deficit/PIL era in espansione e c’era da pagare ancora il conto dell’organizzazione delle olimpiadi di Atene dell’anno prima. Tuttavia il PIL cresceva anche quell’anno (+2,8%) e una manovra finanziaria che, tra le altre cose, aveva alzato l’IVA dell’1 % (dal 18 al 19%) aveva portato nel 2006 il PIL a crescere di oltre 4 punti. Così, banche e altri fondi privati prestavano denaro in grande quantità alla Grecia e, a differenza di quanto accade oggi, a tassi molto ridotti. All’epoca le agenzie di rating davano al debito greco la valutazione “A”.
Lo spartiacque
La crisi finanziaria del 2008 ha cambiato le cose. O meglio, ha messo in evidenza i gravi problemi che fino a quel momento erano rimasti nascosti. Innanzitutto, la Grecia ha sofferto particolarmente quella crisi perché la sua economia si basa soprattutto sul turismo e sulla distribuzione, settori particolarmente esposti ai cambiamenti economici nel breve termine. Solo nel 2009 i due settori hanno subìto una contrazione degli utili di oltre il 15 per cento. Da allora il debito pubblico è cresciuto a dismisura ed è arrivato ultimamente a 262 miliardi di euro. Nel 2004 era di 168 miliardi.
I conti truccati
Ma questa è solo una piccola parte della storia. La Grecia, e di conseguenza tutta l’eurozona, si trova in questa situazione perché negli anni scorsi ha truccato i suoi conti – e di molto – per rientrare nei parametri previsti dal Trattato di Maastricht e di conseguenza per entrare nell’euro, valuta che ha adottato nel 2001. Una prima ammissione c’era stata già nel 2004, quando il governo greco affermò di aver barato per entrare nell’euro: il suo rapporto deficit/PIL non era mai stato sotto il 3 per cento sin dal 1999, il tetto massimo richiesto dalle regole comuni europee a salvaguardia della stabilità della moneta unica.
Non solo. Dopo la fine della legislatura guidata dal partito di centrodestra Nuova Democrazia, nel 2009 il nuovo premier eletto George Papandreou (PASOK, socialisti) ha annunciato che i conti erano stati ulteriormente truccati dal precedente governo e che per quell’anno il rapporto deficit/PIL si sarebbe attestato intorno all’enorme cifra del 12 per cento. In realtà poi sarebbe arrivato addirittura al 15,4 per cento, ha detto il direttore dell’istituto nazionale di statistica greco, che per questo è stato incriminato e accusato di avere falsato le stime. L’istituto, simile alla nostra ISTAT, era stato completamente rinnovato e reso indipendente un anno prima, dopo decenni di rapporti inaffidabili e condizionati dalla classe politica.
All’inizio del 2010, poi, è venuto fuori che dal 2001 la Grecia avrebbe pagato milioni di dollari a Goldman Sachs e ad altre banche di investimento perché queste mascherassero la quantità di denaro che richiedeva in prestito dai mercati. Lo scopo era semplice: ricevere sempre più denaro in prestito per sopperire alle spese, alzando però in questo modo il deficit e il debito e barando con l’Europa, mettendo così a rischio tutta la sua struttura politica ed economica per via del cosiddetto “contagio finanziario”.
Nel grafico i paesi più esposti al debito greco (fonte BBC)
Il crollo definitivo
L’inizio del crollo definitivo è avvenuto nel dicembre 2009, quando le agenzie di rating Fitch e Standard & Poor’s hanno declassato il debito della Grecia da A- a BBB+ (come successo recentemente all’Italia). Questi annunci hanno fatto crollare la fiducia degli investitori della Grecia, che così ha dovuto ricevere prestiti a tassi di interesse sempre più alti. Ancora pochi mesi e il rating è diventato “junk”, ossia “spazzatura”, quello dei paesi considerati ad altissimo rischio di fallimento.
Dal 2006 al 2011 il “Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives” (ATF), un’agenzia interna al DOJ (il Dipartimento di Giustizia americano) con l’intento di rintracciare e arrestare gli adepti dei cartelli della droga messicana e arrivare ai loro capi, avvio’ delle operazioni sotto copertura attraverso le quali agenti del dipartimento si infiltravano nelle gangs commerciando armi come i fucili AK-47. Si trattava di operazioni rischiose che non sempre portavano i risultati sperati. L’operazione “Fast&Furious” (2009-2010) infatti ando’ proprio male: su piu’ di 2.000 armi vendute ne furono rintracciate solo 700 e si ebbe inoltre, presso la frontiera fra Messico e Stati Uniti, un incremento di violenza e di omicidi che portarono anche al ferimento e all’uccisione di vari ufficiali americani. In particolare l’assassinio del Border PatrolBrian Terry in Arizona scateno’ lo sdegno dei cittadini americani e porto’ a una campagna pressante sul governo per ottenere la verita’ sui fatti e capire il motivo dell’escalation della violenza e perche’ venisse impedito allo stato dell’Arizona di aumentare i pattugliamenti lungo la frontiera per arrestare gli immigrati clandestini provenienti dal Messico, molti dei quali appunto lavorano per i cartelli della droga e fungono da corrieri. Anche la deputata Democratica Gabrielle Gifford, miracolosamente salvatasi da un attentato, si batteva in Congresso per chiedere che venissero dati tali poteri al governo dell’Arizona;
Parti’ allora una campagna nazionale di discredito ai danni della governatrice dell’Arizona Jane Brewer, accusata di razzismo e intolleranza sui media nazionali di sinistra (CNN, MSNBC, NYTIMES etc) che rimbalzo’ anche in Italia. Al contempo anche il Texas e gli altri stati confinanti col Messico sono alle prese con gli stessi problemi e il caso assume una risonanza nazionale divenendo di dominio pubblico;
Venne aperta una interrgogazione parlamentare, si investigo’ e si alzo’ il velo sulla corruzione interna al dipartimento ATF che usava fra l’altro metodi “mafiosi” per ottenere il silenzio degli agenti coinvolti nelle operazioni di vendita illegale di armi. Altri dettagli su“Fast&Furious” qui.
Flanked by waves of mountains and gray desert, the road leading from the Afghan capital to the ancient ruins of Mes Aynak ends abruptly at the foot of a dusty hilltop. From that vantage point, 40 kilometers from Kabul, one can get a clear picture of Afghanistan’s rich cultural past, and its efforts to generate wealth in the future. The grounds of Mes Aynak in Logar Province is a sprawling 9,800-acre trove of Buddhist monastery ruins, statues, and tombs that sit largely preserved under layers of unexcavated earth. It is also the site of a massive Chinese-funded project to extract an increasingly valuable regional commodity — copper. Mes Aynak, meaning “little copper well,” was the center of a Buddhist Kingdom before Islam came to Afghanistan. It is thought that monks settled here for its ample supply of copper, which brought them great wealth and allowed them to build a grand monastery. But if copper led to the creation of the settlement, it appears now that it will also lead to its destruction.
Crucial For Economic Future
The Chinese-government-backed China Metallurgical Group Corporation made a successful bid of $3 billion for mineral rights to the site in 2008, making the project the largest foreign investment project in the country at the time.
With geologists estimating that 2 billion tons of copper lie beneath Mes Aynak, the development of the site is key to Afghanistan’s economic future.
(Some of the artifacts found at the Mes Ainak site)
The deal also includes infrastructure development, including the construction of a power plant at the site, a village for workers, and a railway line from western China through Tajikistan and Afghanistan to Pakistan. And it means that Mes Aynak, which sits on the second-largest known unexploited copper deposits in the world, is slated for destruction to make way for a massive open-cast copper mine. Repeated attempts to reach China Metallurgical Group Corporation for comment on the company’s plans were unsuccessful. But what is known is that the company first intended to start mining in 2009, but agreed to a three-year delay for a basic excavation of the site.
Race Against Time
That deadline, which was set to expire this year, was prolonged again to 2014. Now dozens of Afghan and international archaeologists, who began excavating the site in 2009, are in a race against time to save what they can. Haji Akbar, who heads a local committee in Logar for Mes Aynak, says efforts to unearth the historical artifacts have been intensified, with hundreds of local laborers being hired to help with the digging. Mes Aynak holds remains of civilizations going as far back as the 3rd century B.C. Akbar maintains that only a small portion of the huge site has so far been fully excavated. And, according to him, what has been unearthed so far is nothing short of incredible.
“The excavation in the region is going at a tremendous pace,” he says. “We have even uncovered a whole city underneath the site. We have found ancient Buddha statues and jewelry.”
Akbar, who heads the local committee that supervises all the excavation activities at Mes Aynak, says he is cautiously optimistic that the intensified efforts of the excavation teams can save most of the artifacts at the site before the deadline in 2014. So far, most of the unearthed relics have been transferred to the National Museum of Afghanistan in Kabul, while other larger artifacts are being stored at a makeshift museum in Mes Aynak. The Afghan government plans to eventually build a museum in the area to accommodate the vast collection of artifacts after the excavation ends.
Lightning Rod For Criticism
The project does have the support of some Afghan archaeologists and historians. But the mining project is also a lightning rod for criticism, with opponents saying the Afghan government is sacrificing Afghanistan’s rich cultural heritage in favor of economic development. The numbers of the potential wealth are staggering. If the predictions are correct, mining the site could generate more than $1 billion a year for the Afghan government. That would account for about one-tenth of Afghanistan’s current GDP.
The Mes Aynak site has many historical monuments.
Omara Khan Massoudi, director of the National Museum of Afghanistan in Kabul, has indicated that he is concerned about the destruction of Mes Aynak, but he remains supportive of the project, which he hopes will help the country’s dire economy and its poverty-stricken people.
“Afghanistan’s mineral wealth has yet to be fully utilized,” he says. “In the face of poverty and continuing economic problems, it’s important for the Mining Ministry to sign contracts with the leading international companies to effectively use these minerals. Exploring these mines will have a huge economic benefit.”
Afghanistan’s untapped mineral wealth has been estimated by U.S. geologists to amount to nearly $1 trillion. Reserves include large amounts of copper, gold, cobalt, and lithium.
Years Of Destruction And Looting
Massoudi, who has worked at the national museum for the past 27 years, believes mining projects like Mes Aynak will create jobs as well as generate money that can be used by the Afghan government to fund other important sectors such as health and education. He maintains that money generated by mining is becoming increasingly important as international forces leave Afghanistan and financial aid from the international community decreases.
“We will need this as it will create jobs and play a big role in the country’s economy,” he says. “It will also pave the road toward peace and security and trickle more money toward other sectors such as education.” Massoudi adds that the battle to rescue the ancient relics in Mes Aynak is just the latest in a long line of ordeals that Afghan historians and archaeologists have had to face in the country. He cites decades of civil war and foreign invasions that have plagued the country’s recent history. In that time, Afghanistan’s antiquities and historical sites have suffered years of destruction and looting. For Massoudi, historical and cultural preservation is one of the biggest issues facing Afghanistan. But he says that battle has only just begun as the country continues to grapple with poverty, war, and extremism.
B.A.= Bachelor of Arts, cioe’ laurea in scienze umanistiche
Accounting/Revival of the Secret Voice of Ancient Greek and Latin
Bakchik Goo was born in 1957 as the youngest of three children to a poor Korean family in rural Japan. His family later relocated to one of the major industrial cities. His father struggled at a variety of jobs: shipping fruit, dealing in shoes, selling watches on the street. To ease the burden on their parents, Goo and his brother spent summers on his grandparents’ farm where he learned to take care of piglets and chickens and dry tobacco leaves, and, as he says “learned the value of hard work.”
Goo began to learn English after his father gave him an English language children’s book obtained from an American missionary. He later attended public schools in Japan where drawing became his only interest. Later in Osaka, Goo became a “delinquent” in high school, where he was nearly expelled for fighting. He worked menial summer jobs, such as stacking boxes overnight in a refrigerated room at an ice cream factory. In 1978, Goo took a major leap and came to the United States, where his older brother, a physicist, had emigrated five years earlier.
In 1980, Goo registered at the College of Staten Island, and then transferred in 1981 to Hunter College, simultaneously enrolling in CUNY Baccalaureate. But facing financial difficulties around 1983, he lost his apartment. Luckily, a pastor whom he knew let him sleep in a church basement on Manhattan’s Upper West Side. He borrowed a golden-colored sleeping bag from a classmate and laid it across six metal chairs. “It was the most unforgettable experience in my life, sleeping on metal chairs every night in the basement; I had to take a leave of absence from school.” At night, he searched the trash from delis for vegetables and fruit thrown out. He was losing weight and was down to about 89 pounds. “I was at the bottom of my life,” he recalled.
Enduring this experience, he said, he learned that there was nothing more to fear in life. It was about this time he met his wife, Nancy, another Hunter student, when he sat down next to her on a bus. He said he had very little to offer her at that time in his life. But, like a modern day Horatio Alger, he rebounded after landing a job as a waiter at a Japanese restaurant in New Jersey. He found a small room to let, and later worked at a Japanese securities company, where he prepared U.S. Securities and Exchange Commission reports. He returned to school to master accounting.
“In 2004, I assessed my life and decided not only to finish my educational goal but also to advance my education to a higher level. I have been focusing on three subjects unrelated by appearance: accounting, art, and Greek and Latin. Accounting is a subject which has been an on-going process to apply to my profession. My objective in this field is to advance my academic degrees towards a Ph.D.” Goo started out in the accounting and finance industry as an assistant manager at a Japanese trading company; today he is Vice President of Finance for the Mizuho Capital Markets Corporation.
“The third subject, Greek and Latin, was first introduced to me by my brother when I first came to America,” he says. “He wanted to implant in me the core essence of European culture, which I now deeply appreciate more and understand his intentions better as I have gotten older.” His brother played the harpsichord and pipe organ, and Mr. Goo, who also likes music, explored the sounds of Greek and Latin texts. He read aloud Ciceronian orations and Platonic dialogues and studied their intonation. During his studies Goo noticed some very specific patterns in Plato’s Symposium. His final thesis explored Plato’s use of pitch to disclose emotion. Goo graduated with a perfect 4.0 grade point average in accounting and a near-perfect 3.9 in his classics area.
He and his wife are still married after 24 years and they have a daughter in high school.