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Chi sono i RADICAL CHIC? 

Di seguito un paio di libri che vi aiuteranno a mettere a fuoco questi pericolosi individui che si annidano nei salotti buoni della societa’, per sabotarla. Sono tanti, si nascondo nelle loro ville di campagna dove coltivano le olive, producono marmellate e crescono colonie feline. Partecipano a mercatini e fiere di paese, comprano formaggio solo nelle fattorie biologiche ma poi vanno in citta’ per acquistare costosi vestiti. Amano la buona arte e la lettura e spesso si dedicano alla stesura di romanzi con l’aiuto di altri amici radical chic. Amano arredare le loro ville con lusso, amano viaggiare e godersi la vita e la pensione a scapito di milioni di giovani disoccupati, per i cui diritti pretendono di battersi. Si battono strenuamente per i diritti degli omosessuali e degli immigrati illegali, cui vorrebbero cedere tutti i paesi semiabbandonati dell’Italia per ripopolarli. Pretendono di battersi per tutte le categorie indifese, ma di fatto si reggono il gioco a vicenda per rimanere nei salotti buoni e continuare a rubare il futuro e la liberta’ ai giovani. Sono fieramente anticlericali, comunque atei, ma simpatizzano per i musulmani. Sono tanti, sono ricchi, sono avidi ed egoisti, si fingono paladini della pace e delle liberta’: attenzione, se ne conosci uno, stanne alla larga.

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Tratto dal sito della deputata del Partito Democratico italiano: www.monicacirinna.it

Sono nata a Roma il 15 febbraio del 1963 in una famiglia di origine cattolica e i miei primi studi li ho fatti in una scuola privata di suore nella Capitale.

Poi, nonostante le iniziali opposizioni materne, sono riuscita a “trasferirmi” al Liceo Classico Statale Tacito dove ho scoperto il movimento studentesco al quale ho partecipato attivamente.

Dopo le scuole superiori mi sono iscritta alla Facoltà di Legge ottenendo la Laurea in Giurisprudenza con una tesi in procedura penale discussa davanti al Professor Franco Cordero, al quale ho poi fatto d’assistente per ben 10 anni. Ma quando il professor Cordero si è ritirato dall’insegnamento…

ho deciso di abbandonare la carriera universitaria per dedicarmi all’altra mia passione: la politica con una particolare attenzione all’ambiente, ai diritti delle donne e al mondo animalista.

Il 1991 è stato per me un anno importante. Ho infatti fondato l’ARCA (Associazione Romana Cura Animali) con l’obiettivo di prendersi cura delle colonie feline e dei gatti e di assistere i loro amici umani, a Roma detti “gattari”, in tutte le situazioni difficili, oltre ad aver combattuto per l’approvazione, poi avvenuta, di una legge che anche in Italia vietasse la soppressione di cani e gatti nei canili comunali.

Due anni dopo, nel 1993, sono stata eletta come consigliere comunale nel partito dei Verdi che all’epoca sostenne la candidatura vincente di Francesco Rutelli, a sindaco di Roma. Venni così nominata dal sindaco Consigliera Delegata alle Politiche per i Diritti degli Animali e Vicepresidente della Commissione Ambiente. E’ nato così, nel giro di poco tempo, il primo ufficio comunale per i diritti degli animali, un’esperienza politico-amministrativa di grande successo e che venne poi esportata in tanti altri Comuni.
Nel 1997, al mio secondo mandato al Comune di Roma, sono stata Presidente della Commissione delle Elette, una bellissima esperienza che mi ha consentito di occuparmi direttamente dei tanti problemi connessi ai diritti delle donne e alla valorizzazione della differenza di genere, ottenendo anche dei grandi soddisfazioni, come la nascita della Casa Internazionale delle Donne, nel complesso monumentale del Buon Pastore.
Nel mio terzo mandato, nel 2001, con Walter Veltroni come sindaco, mi venne di nuovo assegnata la delega dell‘Ufficio Diritti degli animali, oltre alla carica di vicepresidente vicaria del Consiglio comunale. Sono gli anni nei quali siamo riusciti a trasformare il vecchio Zoo di Villa Borghese nel Bioparco che conosciamo oggi, dove gli animali hanno trovato, per quanto possibile in cattività, nuova vita e dignità, e il periodo nel quale è stato creato il nuovo canile comunale di Muratella ed è stato trasformato in oasi felina il vecchio canile di Porta Portese.
Mentre nella consiliatura successiva, sempre con il sindaco Walter Veltroni, sono riuscita a dare alla città, per la prima volta, il Regolamento capitolino per la tutela degli animali, votato all’unanimità in consiglio comunale, e ancora vigente.
Gli anni più difficili, umanamente e politicamente, sono stati indubbiamente quelli con Gianni Alemanno sindaco, quando eletta per la quinta volta al consiglio comunale, sono stata per la prima volta all’opposizione. In quegli anni sono stata l’unica donna eletta nel Partito democratico a Roma, e proprio per questo sono stata nuovamente alla presidenza della commissione delle elette. Anni di battaglie durissime, tra le quali ricordo con soddisfazione quella per il riconoscimento della rappresentanza delle donne nella Giunta Comunale per la quale ho presentato due ricorsi al Tar costringendo Alemanno, per ben due volte, a rivedere la composizione della sua giunta di centrodestra.
Un’amministrazione pessima, della quale ancora paghiamo le conseguenze, che ha provveduto, tra l’altro, a depauperare l’Ufficio Tutela Animali del Dipartimento Ambiente.

Ripenso spesso ai miei vent’anni al Comune di Roma, anni durante i quali ho sempre lavorato e cercato di prendermi cura della mia città e di tutti i suoi cittadini, umani e non umani. Un’esperienza che mi ha portato, con il sostegno di tanti romani, ad essere eletta con il Partito democratico al Senato nel 2013, dopo aver partecipato alla Parlamentarie, volute dell’allora segretario Bersani.

Al mio arrivo a Palazzo Madama sono stata assegnata alla Commissione di Giustizia dove, tra l’altro, ho continuato la mia battaglia contro la corruzione (firmando il ddl del Presidente del Senato Pietro Grasso), per legittimare le scelte alimentari vegetariane e vegane e per regolamentare la vita delle coppie dello stesso sesso.

Un lavoro duro e appassionante quello sulle unioni civili che ha portato in discussione al Senato il famigerato “testo Cirinnà”, che ha unito le tante proposte politiche sul tema. Un testo, ora incardinato in aula come ddl 2081, che mi auguro presto, potrà riconoscere finalmente alle coppie composte da persone dello stesso sesso l’ufficializzazione della loro unione d’innanzi all’ Ufficiale dello Stato civile regolamentando così tutti i doveri, diritti e responsabilità reciproci, come avviene per le coppie eterosessuali coniugate.

Ma questa legge prevede anche, nel titolo secondo, una serie di diritti riconosciuti anche alle coppie di fatto, conviventi more uxorio,cosa fino ad ora in Italia mai avvenuta. Io non mollo.

Voglio portare questa battaglia fino in fondo per dare al nostro Paese una legislazione moderna e avanzata, vicina ai bisogni delle persone, che riconosca con piena legittimità e dignità le tante forme di famiglia presenti nella nostra società.

Sono una parlamentare di uno stato laico e rispondo solo al dettato Costituzionale. Oltre alla politica ho anche una grande passione per la scrittura e il racconto: ho pubblicato per Newton quattro libri, su cani e gatti, scritti con la mia amica del cuore Lilli Garrone.

La mia vita privata
Sono sposata con Esterino Montino, mio collega di partito e di impegno politico, con il quale condivido la passione per la natura e gli animali, i viaggi e la buona tavola.

Abbiamo un’ azienda agricola biologica in Maremma Toscana, la CapalBIOfattoria, nella quale produciamo vino, olio, marmellate e ortaggi, dove lavorano i nostri figli Fabio e Luca.

Non ho figli miei ma ne ho acquisiti 4, quelli di mio marito, più i rispettivi nipoti.  Con Esterino ci siamo conosciuti nel lontano 1993, durante l’amministrazione Rutelli nella quale eravamo entrambi eletti in Campidoglio, ci siamo poi sposati il 10 giugno del 2011. Abbiamo anche tanti figli non umani , quattro cani , Arno Luna e Orso maremmani enormi, e Libera, una piccola Beagle che ho salvato dalla morte per sperimentazione nel terribile canile Green Hill , a quattro gatti tutti salvati dalla strada , Red Tiger Mizzi e Rosita. Due meravigliose cavalle è una famigliola di asini amiatini.

 Ecco signori e signore, il ritratto di una perfetta radical-chic, paladina dei diritti animali, umani e anche disumani

Di Luigi Amicone per “Tempi”, Febbraio 12, 2016 

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Monica Cirinna’

Atrofia dell’esperienza. Non si capisce di cosa stiamo veramente parlando quando parliamo di “progresso”, “diritti”, “amore”, “famiglie arcobaleno” e, dunque di legge Cirinnà, se stiamo attaccati alle chiacchiere di Luxuria, ai like di Facebook, alle chimere dei discorsi campati per aria.

E soprattutto se ci facciamo adescare dai filmati tv che servono gli occhi di tutti noi e le emozioni di ciascuno di noi con le immagini Mulino Bianco delle felicissime coppie gay che tengono in braccio dolcissimi bebè. Da dove provengono questi affreschi che nulla hanno da invidiare ai languidi, devoti, bigotti e sdolcinati ritratti ottocenteschi di sacre famiglie e madonnine infilzate?

Solo una grave atrofia dell’esperienza, naturalmente supportata dall’illusionismo digitale e dal bombardamento mediatico del virtuale, può far perdere di vista la realtà contenuta nelle narrazioni zuccherose svolte per immagini zuccherine. Nessuno che lavori nel marketing e nei backstage delle tv ci crede. Nessuno degli operatori televisivi ha occhi ed emozioni per quello che vediamo e emoziona noi. È un lavoro come gli altri versare atropina digitale negli occhi del pubblico e produrre nello spettatore emozioni. È vendere un prodotto.

Fortuna vuole che chi scrive ha vissuto in un’altra vita esperienze da manovale, backstage e, soprattutto, di acquirente-venditore. Operaio al trapano. Scaricatore di Tir. Cavia per medicinali da testare. E promotore basico di prodotti discografici.
Quest’ultimo, in particolare, è un ricordo interessante per l’oggetto in questione. Si trattava infatti di un mestiere elementare, proprio da ragazzini, e che più si avvicina all’attuale attività di chi va all’estero ad acquistare un bambino e torna in Italia per chiederne l’adozione.

Qui lo scopo è la creazione di situazioni di fatto per arrivare a forzare la mano del legislatore e ottenere il riconoscimento dello status di “famiglia”. Là si trattava di comprare dischi per invogliare il negoziante a rifornirsi di determinati titoli. Qui c’è un’operazione altrettanto economica, ma con scopi politico-idealistici (matrimonio e famiglia egualitari) e nobilmente motivati da desiderio e da amore. Di fatto, io compravo dischi, questi comprano bambini.

È lo stesso identico processo per cui io incassavo (denaro) per promuovere le vendite di un certo manufatto (il disco). Questi incassano il beneficio di un manufatto ottenuto col denaro (il bambino). Però l’effetto qui è spropositato. Non solo c’è il beneficio di un manufatto ottenuto col denaro e promuove un’immagine nobile e idealistica di un certo gruppo sociale. Ma c’è anche l’effetto politico rivoluzionario. Mentre si tace, resta completamente oscurato, tutto il resto. Cioè la più prosaica e per niente idealistica e nobile realtà di una industria (denaro, profitti) che non è discografica o di robot. No, è proprio industria e commercio di quei particolari manufatti: i bambini.

Ho scritto “manufatto” e non sbaglio perché, in ogni caso, la dimensione umana della sessualità e della fecondità è abolita. Cosa vuol dire, infatti, separare un bambino dalla possibilità di nascere dalla relazione intima tra un uomo e una donna? Significa abolire la possibilità umana e attivare la protesi dell’umano, la produttività tecnica.
Nel caso di una coppia gay il bambino è un prodotto che sfila sulla linea della nuova catena fordista dello sperma, ovulo e utero in affitto se si tratta di due uomini. Della fecondazione in provetta e trasferimento dell’embrione in utero (o per intervento di manovalanza maschile) se si tratta di due donne.

Non mettiamo di mezzo visioni religiose e convinzioni relative all’immagine divina della persona umana.Vediamo la cosa dal punto di vista prettamente materialista. Vogliamo ricordare alla sinistra postcomunista e postsocialista, che questo tipo di produzione ha innanzitutto la caratteristica dell’alienazione e della parcellizzazione capitalistica del lavoro come mai si erano osservati prima d’oggi nel processo di produzione e accumulazione capitalistica. È qualcosa che la sinistra – postsocialista o postcomunista – dovrebbe aborrire e combattere dal più profondo di sé e della propria identità storica.

Infatti, sebbene nella produzione dei manufatti l’operaio o l’operaia sono alienati e parcellizzati in quanto non possiedono il significato complessivo del loro lavoro perché ognuno produce sempre e soltanto il proprio segmento (il bullone) e non il prodotto finito (l’automobile), siamo pur sempre nelle condizioni per cui il lavoratore non deve spogliarsi di parti della propria umanità per produrre un determinato oggetto. Diversamente, l’acquirente finale di un bambino sfrutta il lavoro alienato e parcellizzato di uomini e, soprattutto di donne, che, in cambio di un salario, cedono alla produzione capitalistica anche una parte di se stessi. Non soltanto la propria “forza lavoro”. Ma tutto intero il proprio corpo, i propri sentimenti, le proprie emozioni, i propri desideri.

Dalla catena di produzione capitalistica di stampo fordista della rivoluzione industriale americana uscivano solo automobili, televisori, lavatrici eccetera. Adesso, grazie alla “rivoluzione Lgbt”, dalla stessa catena di montaggio comincia ad uscire vita umana, embrioni umani, bambini. Questa è la narrazione, l’informazione e la dialettica decisiva che manca nell’epoca in cui le immagini e le emozioni possono essere giocate per dire tutto e il contrario di tutto.

Ma se prendi un telecamera e la pianti sulla testa o nel petto di due uomini e due donne alla prese con l’amore e il desiderio di un bambino prodotto per via tecno-scientifica, cosa vedi? Vedi quella catena di montaggio lì. Dove l’essere umano diventa un televisore, un’automobile, una lavatrice. Perché non montano una videocamera GoPro anche sulla testa di coppie che vanno su internet, nei laboratori e nelle cliniche della procreazione in provetta e in utero in affitto per far sentire al pubblico quale emozione si prova nel vedere da quale cicogna arriva un bambino di cosiddetta “famiglia arcobaleno”? Certo che anche le coppie etero possono fare lo stesso. Ma non potevano essere loro i ragazzini che vanno a comprare il disco per promuovere una certa etichetta. È evidente, c’era bisogno di venditori-acquirenti la cui unione escludesse tassativamente la possibilità di avere bambini.

Dunque, sull’operazione “idealistica” dei commessi viaggiatori cosa resta da dire? Resta da dire che non c’è niente di nuovo sotto il sole dell’industria e del marketing. Esattamente come noi ragazzi venivamo radunati dagli impiegati di una certa major discografica in un ufficio dietro piazza del Duomo a Milano e, divisi per zone, per gruppi, ciascuno dotato della sua bella lista di indirizzi di negozi, venivamo spediti in giro ad acquistare i 45 giri o gli Lp di determinati cantanti, fungendo da finti e innocenti consumatori per spingere i negozianti a rifornirsi di certi titoli. Analogamente, ma con la sofisticazione che ha il marketing nell’era digitale, dell’evento creato ad arte e che corre alla velocità della luce e che diventa virale se ben supportato dalla rete marketing (è il caso dell’agenda raimbow), a partire dall’America (vedi san Francisco) le coppie dello stesso sesso politicamente e ideologicamente motivate a pretendere un certo status sociale, sono state ingaggiate (e non so se anche pagate come le case discografiche pagavano noi ragazzi del ’56) per essere i perfetti venditori dell’intera filiera (ovuli, sperma, embrioni, eugenetica, corpi di donne eccetera) del capitalismo attivo nel segmento industriale della procreazione e manipolazione delle vita umana.

Questa è la nuova corsa all’oro. Coperta di nobiltà ideale e di amore arcobaleno. Ma non è, e non sarà mai (anche se tutte le leggi del mondo si adeguassero all’odierna legge del capitalismo) “famiglia”.

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Il Corriere del Sud n. 9 – anno XXIII, 31 dicembre 2015

Appunti per una storia. Seconda parte

di Gianluca Agostini

Il primo studio organico sull’argomento della “Gladio rossa”, struttura paramilitare di natura clandestina organizzata dal Pci nel 1945 e sciolta nel 1974, è quello di Gian Paolo Pellizzaro che, nella sua pubblicazione Gladio Rossa (ed. Settimo Sigillo, Roma 1997), ha riportato il cd. “Dossier SIFAR”, dall’acronimo dell’allora servizio segreto militare, datato 28 febbraio 1950.

Tale “Dossier” è rimasto segreto fino al 26 giugno 1991, quando fu declassificato e intitolato “L’apparato paramilitare comunista”. Descrive nel dettaglio la struttura di comando dell’organizzazione, suddividendola per regioni. Nel documento sono riportati inoltre i nomi dei quadri dirigenti e gli obiettivi da colpire, la dislocazione delle forze in campo regione per regione, le strutture d’appoggio.

I capi politici che sovraintendevano all’apparato militare erano Luigi Longo (per le formazioni garibaldine), Sandro Pertini (per le brigate “Matteotti”), Emilio Lussu (per le formazioni “Giustizia e Libertà”), Ettore Troilo (per gli indipendenti), Arnaldo Azzi (per le formazioni all’estero). I capi militari erano indicati in Arrigo Boldrini, Ilio Barontini, Gisella Floreanini, Fausto Nitti e Mario Roveda.

Secondo il SIFAR, nel dopoguerra il PCI poteva contare su un esercito “occulto” di 250 mila unità, che si sarebbero quadruplicate in caso di invasione da Est da parte delle forze del Patto di Varsavia.

Una differente prospettiva è offerta dalle pubblicazioni di Rocco Turi Gladio Rossa (ed. Marsilio 2004) e Storia segreta del PCI dai partigiani al caso Moro (ed. Rubbettino nel 2013), che legano la struttura paramilitare alla già ricordata Politická škola soudruha Synka, attiva in Cecoslovacchia fin dagli anni cinquanta e organizzata dai responsabili della “Volante Rossa” che imperversò nel Nord Italia tra il 1945 e il 1949 (in particolare a Milano) con attentati e azioni di sabotaggio, dei quali il PCI favorì l’espatrio oltrecortina per sottrarli al giudizio dei Tribunali italiani.

In Cecoslovacchia diedero vita a “scuole di sabotaggio e addestramento” (in particolare Karlovy Vary) rivolte ad altri “emigrati” italiani per ragioni politiche, alcuni dei quali (in particolare Alberto Franceschini e Giangiacomo Feltrinelli) avrebbero ingrossato “l’album di famiglia” del terrorismo comunista degli anni Settanta-Ottanta.

La stessa relazione di maggioranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di Via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, pur respingendo l’ipotesi di una “pista cecoslovacca” (Donno riporta come tale “pista” sia stata all’attenzione dei servizi d’informazione già dal 1952), confermava però che Franceschini e Feltrinelli ed altri esponenti del terrorismo comunista soggiornarono in Cecoslovacchia ed entrarono in contatto con ambienti dell’emigrazione comunista (in particolare Radio Praga) e che campi di addestramento militare erano frequentati da libici che erano entrati in contatto con giovani che si esprimevano in lingua italiana (il ruolo “cecoslovacco” nel supporto al terrorismo brigatista fu confermato anche da Walter Laquer, direttore del Centro studi strategici internazionali di Washington).

Per quel che concerne l’informazione, le prime notizie sull’apparato paramilitare sono quelle riportate negli articoli del settimanale L’Europeo del 31 maggio 1991. “Di Gladio ne esisteva un’altra: quella rossa”: è a partire da quest’articolo, firmato da Romano Cantore e Vittorio Scutti, che l’espressione sarà utilizzata con riferimento all’apparato paramilitare del PCI. Poi è possibile menzionare un altro importante pezzo giornalistico, intitolato “La lunga notte della Gladio rossa”, apparso nel successivo numero della rivista allora diretta da Vittorio Feltri, del 7 giugno 1991. Entrambi gli articoli rivestono ancora interesse perché in conseguenza delle rivelazioni in essi contenute, la Procura della Repubblica di Roma avviò un’inchiesta, che si è protratta dal 1991 al 1994.

I PM Luigi de Ficchy e Franco Ionta hanno potuto indagare solo su fonti di tipo indiretto, in cui l’organizzazione è descritta nella sua articolazione generale. Da esse non è stato possibile individuare reati attribuibili a singole persone. Eventuali richieste di rinvio a giudizio per banda armata si sarebbero comunque scontrate con i tempi di prescrizione, già ampiamente scaduti. L’indagine si è conclusa nel maggio 1994 con la proposta di archiviazione.

Nel dispositivo con cui il giudice Claudio D’Angelo ha accolto la richiesta di archiviazione, a conferma del ruolo svolto dalla struttura paramilitare comunista, è riportato: «Ritenuto che, a parte gli inquietanti molteplici e gravi riferimenti nella documentazione acquisita, a corsi di addestramento al sabotaggio; all’uso di armi e di esplosivi; a tecniche di travisamento e di comunicazione radio in forma clandestina, presupponenti la creazione in Italia di strutture paramilitari e spionistiche, realizzate anche con la fattiva collaborazione del KGB e grazie a un notevole flusso di danaro proveniente dal PCUS e dalle facilitazioni commerciali a ditte import – export che, vicine al PCI e/o da questo sponsorizzate, hanno tranquillamente ed esclusivamente operato, in epoca antecedente e susseguente all’invasione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia ad opera dell’URSS; non appare processualmente possibile dimostrare, a distanza di tanti, troppi anni, che l’interesse dell’URSS nei confronti dei militanti comunisti italiani si sia tramutato in una vera e propria corruzione del cittadino italiano per interessi contrari allo Stato italiano, né che l’accertata predisposizione da parte del PCI di meccanismi difensivi in vista del temuto cambiamento del clima politico in Italia abbia assunto dimensioni tali da costituire un serio concreto pericolo per lo Stato, per le sue democratiche istituzioni, per la collettività nazionale, per i singoli appartenenti» (il decreto di archiviazione 77/94 Tribunale di Roma è riportato anche in Victor Zaslavsky  – Lo stalinismo e la sinistra italiana, op. cit., p. 48).

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Bell’articolo, la fonte e’: http://www.buzzfeed.com/adamdavis/willy-wonka-and-the-chocolate-factory-is-a-terrifying-movie#.tng0AeZ6z7

First of all, our introduction to Wonka is this foreboding industrial wasteland.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

Like, is this from the movie or is it real life? Because they are similarly terrifying.

Like, is this from the movie or is it real life? Because they are similarly terrifying.

Then some guy WITH A CART FULL OF MACHETES warns Charlie to stay away, because “nobody ever comes out.”

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

HOW IS A CART FULL OF MACHETES NOT A RED FLAG, CHARLIE?

But he doesn’t listen and ends up almost getting mobbed when he finds his golden ticket.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

Possible trampling hazard – how fun!

Then, on his way home, he’s jumped by Wonka’s creepy henchman.

Then, on his way home, he's jumped by Wonka's creepy henchman.

Paramount Pictures

This guy really needs to work on his people skills.

And let’s not even get started on Wonka himself. He’s like your eccentric neighbor who may or may not be hatching a kidnapping plot.

And let's not even get started on Wonka himself. He's like your eccentric neighbor who may or may not be hatching a kidnapping plot.

Paramount Pictures

Stay away from strangers, kids.

Soon enough, it’s time for the factory itself, a hellscape with disembodied hands for coat hangers.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

Wonka then decides to trap everyone in a tiny shrinking room, because why not?

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

At this point, it wouldn’t be surprising if the walls started closing in and crushed everyone to death.

Now we learn that Wonka exploits the slave labor of little people who he has dyed a horrendous shade of burnt orange.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

What’s worse is that his excuse is that the Oompa Loompas were LITERALLY BEING EATEN in their home country.

Can you say Stockholm Syndrome?

Can you say Stockholm Syndrome?

Paramount Pictures / Via avoidthisjob.com

Then Augustus Gloop is almost drowned in the river and crushed by this suction tube.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

And all the while Wonka’s just like, “lol whatev” even though a young child might end up in the fudge boiler being boiled to death.

And I think this is a deleted scene of Wonka dealing with Mama Gloop?

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time

No, you say? You sure?

After, Wonka takes everyone on a boat ride as if nothing bad has happened, except by boat ride I mean terrifying acid trip.

After, Wonka takes everyone on a boat ride as if nothing bad has happened, except by boat ride I mean terrifying acid trip.

Paramount Pictures

Complete with humongous bugs crawling across your face and a chicken getting its head chopped off.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

In the next room, Wonka blows Violet up until she is ON THE VERGE OF EXPLODING.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

Stop killing children, Wonka!

Speaking of violent deaths, Wonka almost slices Charlie and Grandpa Joe into tiny pieces.

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Paramount Pictures

That fan is basically a set of giant rotating knives.

Cool, now Veruca falls down a gigantic garbage chute heading to THE FURNACE WHERE SHE WILL BURN.

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Paramount Pictures

And then her dad jumps in after her because apparently two humans sizzled to a crisp are better than one.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

Moving on, we have these little flittering things that are actually A KID BEING ESSENTIALLY SHREDDED APART.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

Him coming back in miniature form doesn’t excuse the fact that you just dismembered a child, Wonka.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

Wonka’s solution? Use a taffy pulling machine to stretch him back to normal size.

Paramount Pictures

“Taffy pulling machine” = medieval stretching torture device. The movie has turned into actual child torture.

We end with the intense tirade of a maniacal candy-maker who just sanctioned the imminent deaths of four other children.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

“You lose…your life!” – original script.

But it’s OK because now Charlie gets the factory, right?

But it's OK because now Charlie gets the factory, right?

Paramount Pictures

Wrong. Wonka still decides to take him into an elevator even though he doesn’t know where it goes and admits the glass shattering could kill them.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

So now they’re just flying in an elevator that’s attached to nothing and could fall at any time.

"Willy Wonka & The Chocolate Factory" Is The Most Terrifying Children's Movie Of All Time
Paramount Pictures

And that’s how the movie ends.

And that's how the movie ends.

Paramount Pictures / Via tvtropes.org

The synopsis? “A crazed recluse invites five unsuspecting children into his funhouse lair and forces them to evade various torture devices if they hope to live and claim the ultimate prize.”

The synopsis? "A crazed recluse invites five unsuspecting children into his funhouse lair and forces them to evade various torture devices if they hope to live and claim the ultimate prize."

Paramount Pictures

Hmm, I wonder what that sounds like?

Paramount Pictures / imdb.com

Evolution Entertainment / imdb.com

And that is why NO child should ever be allowed to watch Willy Wonka & the Chocolate Factory ever again.

And that is why NO child should ever be allowed to watch Willy Wonka & the Chocolate Factory ever again.

Paramount Pictures / Via geektyrant.com
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